lunedì 20 marzo 2017

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA A

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.


La “luce” è uno dei simboli originali delle Sacre Scritture. Essa annuncia la salvezza di Dio. Non è senza motivo che la luce è stata la prima ad essere creata per mettere un termine alle tenebre del caos (Gen 1,3-5). Ecco la professione di fede dell’autore dei Salmi: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E il profeta dice: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non bisogna quindi stupirsi se il Vangelo di san Giovanni riferisce a Gesù il simbolo della luce. Già il suo prologo dice della Parola divina, del Logos: “In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5). La luce è ciò che rischiara l’oscurità, ciò che libera dalla paura che ispirano le tenebre, ciò che dà un orientamento e permette di riconoscere la meta e la via. Senza luce, non c’è vita.
Il racconto della guarigione del cieco è una “storia di segni” caratteristica di san Giovanni. Essa mette in evidenza che Gesù è “la luce del mondo” (v. 5, cf. 8, 12), che egli è la rivelazione in persona e la salvezza di Dio - offerte a tutti.


Per vedere più lontano

Ogni essere umano, nella vita, ha bisogno di dare un senso al dolore. Qualcuno si limiterà a considerarlo una follia, e farà di tutto per negarlo o anestetizzarlo. Altri lo riterranno terapeutico, come un segnale fisico di un disagio interiore da scoprire e sanare, o come una fatica necessaria a conseguire i risultati migliori. Altri cercheranno un colpevole su cui rivalersi, o, quando non c'è, un capro espiatorio su cui riversare la propria amarezza e insoddisfazione.
Il dolore più scandaloso è quello che non è temporaneo, ma dura tutta una vita. Come la cecità permanente dell'uomo incontrato da Gesù nel Vangelo di oggi. Spesso l'essere umano riversa su Dio ciò che non può comprendere. Nella tradizione ebraica Dio è colui che punisce, ma a causa del peccato degli uomini. Nel caso del cieco nato viene da chiedersi cos'abbia potuto fare di male, salvo che la colpa si sia trasmessa dai genitori al figlio. Ragionamento accettabile anche per le nostre conoscenze scientifiche! Questione di DNA!
Gesù è chiarissimo: né lui né i suoi genitori hanno peccato. È un uomo, fatto di terra e acqua (fango) e non soltanto di aria e cielo (spirito). È fragile, limitato, a termine, come tutti. Piuttosto, i veri figli di Dio non lo abbandonano, si fanno carico di lui, gli prospettano e costruiscono spazi di vita. E lo illuminano di speranza: anche lui, come tutti, sarà perfettamente integro nel mondo di Dio.
Gesù, Luce di Dio e segno efficace di salvezza, anticipa questo tempo. C'è bisogno, tuttavia, che il cieco si lavi. Dio fa sempre spazio alla nostra libertà e responsabilità.
 


VORREI SALIRE IN ALTO
Vorrei salire molto in alto, Signore,
sopra la mia città, sopra il mondo, sopra il tempo.
Vorrei purificare il mio sguardo e avere i tuoi occhi.
Vedrei allora l'universo, l'umanità, la storia, come li vede il Padre.
Vorrei la bella, eterna idea d'amore del tuo Padre
che si realizza progressivamente:
tutto ricapitolare in te, le cose del cielo e della terra.
E vedrei che, oggi come ieri, i minimi particolari vi partecipano,
ogni uomo al suo posto, ogni gruppo ed ogni oggetto.
Vedrei la minima particella di materia e il più piccolo palpito di vita; l'amore e l'odio, il peccato e la grazia.
Commosso, comprenderei che dinanzi a me
si svolge la grande avventura d'amore iniziata all'alba del mondo. Comprenderei che tutto è unito insieme,
che tutto non è che un minimo movimento
di tutta l'umanità e di tutto l'universo verso la Trinità,
in te e per te, Signore.
                                                                                                       (Michel Quoist
 
VANGELO VIVO
 
Mons. Comastri racconta con trasporto l'incontro con una donna adulta malata di osteogenesi imperfetta, con un corpo piccolissimo (58 cm) e un volto splendidamente sorridente. Aveva scritto un diario dal titolo: Felice di vivere. Alla richiesta di anticipargli qualcosa, lei rispose: «Sono felice perché ho capito qual è la mia vocazione. Io, per un disegno d'amore del Signore, esisto per gridare a chi ha la salute: "Non avete il diritto di tenerla per voi, la dovete donare a chi non ce l'ha, altrimenti la salute marcirà nell'egoismo e non vi darà la felicità". Io esisto per gridare a coloro che si annoiano: "Le ore in cui voi vi annoiate mancano a qualcuno che ha bisogno di affetto, di cure, di premure, di compagnia; se non regalerete quelle ore, esse marciranno e non vi daranno felicità". Io esisto per gridare a coloro che vivono di notte tra una discoteca e l'altra: "Quelle notti mancano a tanti ammalati, a tanti anziani, a tante persone sole che aspettano una mano che asciughi una lacrima; quelle lacrime mancano anche a voi, perché sono il seme della gioia vera! Se non cambierete vita, non sarete mai felici"». Il cardinale la guardava teneramente e non osava commentare. Fu lei ad aggiungere: «Padre, non è bella la mia vocazione?».


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