mercoledì 24 agosto 2016

XXII DOMENICA C TEMPO ORDINARIO

                             Dal Vangelo secondo Luca

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. I grandi maestri dicono che sarebbe meglio non darsi subito come obiettivo l’umiltà. Fissare questo obiettivo fin dall’inizio, significa scivolare impercettibilmente verso una sottile “sufficienza”. Ciò può portare in seguito ad una eccessiva considerazione di se stessi, mentre l’umiltà consiste essenzialmente nel volgere il proprio sguardo al di fuori di se stessi, verso Gesù e verso le grandi realtà della fede, come la grandezza di Dio e la piccolezza dell’uomo, l’eternità e la limitatezza del tempo, la speranza del paradiso e la minaccia proveniente dalle nostre debolezze, la bellezza della santità e l’orrore del peccato.
“Chi si umilia sarà esaltato”. Per diventare umili, bisogna cominciare ad amare. È quello che ha fatto Gesù. L’amore misericordioso l’ha fatto scendere dal cielo. L’amore l’ha spinto sulle strade della Palestina. L’amore l’ha condotto a cercare i malati, i peccatori, i sofferenti. Lo stesso amore l’ha portato, senza indugi, alla sua meta, il Calvario, dove “umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8).
L’umiltà è stata la forma esteriore della sua carità divina e il suo accompagnatore esterno. L’umiltà è stata un atteggiamento proprio della santa Madre che, per la sua purezza, fu a Dio gradita e, per la sua umiltà, attirò Dio a sé, perché Dio “resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia” (Gc 4,6). Maria era umile perché amava la volontà di Dio e delle persone che erano intorno a lei.
“Chi si umilia sarà esaltato”. Come possiamo noi mettere in pratica questa frase del Vangelo? Dovremmo darci come obiettivo la carità primordiale del Vangelo e cercare di servire tutti quelli che incontriamo. Ogni persona è nostro Signore, e in ognuna di esse noi abbiamo il privilegio di servire Gesù.


La bellezza dell’umiltà e della gratuità

C’è qualcuno che non ama ricevere qualcosa gratis? C’è qualcuno che si trova male con una persona umile e mite? Vorremmo sempre incontrare persone che hanno fatto dell’umiltà e della gratuità il proprio stile di vita. 
Nell’episodio narrato oggi, Gesù si ritrova a pranzo in casa di un capo fariseo e osserva quanto questi valori siano lontani dalla mentalità comune. C’è da scommettere che oggi non avrebbe una diversa impressione.
Eppure questi atteggiamenti sono basilari nella storia della salvezza: come ricorda la prima Lettura, l’umile trova «grazia davanti al Signore», al mite «Dio rivela i suoi segreti». Rispetto al superbo, la Parola stessa è perentoria: per lui addirittura «non c’è rimedio». È così convinto di essere a posto, che non penserà mai di dover crescere e cambiare. Gesù rafforza queste idee calcandole in maniera paradossale: non cercare il primo, ma «l’ultimo posto»; offri il cibo a «poveri, storpi, zoppi, ciechi» perché «non hanno da ricambiarti».        
È questa, in fondo, la finezza dell’amore: non cerca il proprio interesse, ma quello dell’altro; non chiede nulla in cambio, ma è semplicemente felice di essere se stesso. Esattamente la logica di Dio, secondo il volto di Padre svelatoci dal Cristo.   
L’umiltà non è quindi una debolezza, ma una forza. Non è negazione di sé, ma costruzione di un mondo in cui si vive da risorti, da liberi, da felici. Forse non tutti sono in grado di cogliere questa gioia. Gesù lo sa bene, ma non smette di ripeterci quanto sarebbe bello avviarci in questa direzione. E ci ricorda che tra i giusti, in Paradiso, sarà così.

 
UMILI MAESTRI
Aiutami a imparare dagli umili, Signore.

Quelli che stanno nella penombra in fondo alla chiesa,
che si battono il petto consapevoli dei propri peccati,
che si sentono piccoli e indegni davanti alla tua immensità.

Quelli che non hanno bisogno di essere al centro dell’attenzione,
che non vanno in cerca di lodi e ricompense,
che preferiscono non emergere o apparire
per delicatezza verso chi è in una condizione inferiore.

Quelli che hanno ben chiare le proprie doti e capacità,
e, lungi dal farsene un vanto,
le fanno fruttificare mettendole a disposizione dell’umanità,
senza scordarsi di ringraziare Dio ogni giorno per esse.

Quelli che accolgono ogni complimento ricevuto
come una conferma e un simpatico dono,
ma non sanno fare a meno di condividerlo,
perché i risultati migliori si ottengono insieme, grazie a tutti.

Quelli che amano essere utili a qualcuno,
che sanno mettersi al servizio dei fratelli,
fino a inginocchiarsi o prostrarsi per rispondere alle loro necessità.

Quelli che nelle questioni concrete della comunità
si mettono al lavoro per primi e se ne vanno per ultimi,
impegnandosi per il bello e il meglio
che altri non riescono a scorgere.

Quelli che non si lamentano mai,
né degli altri, né del destino,
ma sanno accogliere la vita così com’è,
senza perdere la fiducia nella capacità divina
di scrivere diritto sulle nostre righe storte.