venerdì 14 aprile 2017

PASQUA DI RISURREZIONE

Dal Vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Che cos’è che fa correre l’apostolo Giovanni al sepolcro? Egli ha vissuto per intero il dramma della Pasqua, essendo molto vicino al suo maestro. Ci sembra perciò inammissibile un’affermazione del genere: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura”. Eppure era proprio così: non meravigliamoci allora di constatare l’ignoranza attuale, per molti versi simile. Il mondo di Dio, i progetti di Dio sono così diversi che ancor oggi succede che anche chi è più vicino a Dio non capisca e si stupisca degli avvenimenti.
“Vide e credette”. Bastava un sepolcro vuoto perché tutto si risolvesse? Credo che non fu così facile. Anche nel momento delle sofferenze più dure, Giovanni rimane vicino al suo maestro. La ragione non comprende, ma l’amore aiuta il cuore ad aprirsi e a vedere. È l’intuizione dell’amore che permette a Giovanni di vedere e di credere prima di tutti gli altri. La gioia di Pasqua matura solo sul terreno di un amore fedele. Un’amicizia che niente e nessuno potrebbe spezzare. È possibile? Io credo che la vita ci abbia insegnato che soltanto Dio può procurarci ciò. È la testimonianza che ci danno tutti i gulag dell’Europa dell’Est e che riecheggia nella gioia pasquale alla fine del nostro millennio.


Cristo è risorto

Venne chiesto a un gruppo di teologi di sintetizzare il cristianesimo in una frase. Bastarono tre parole: «Cristo è risorto». È qui lo specifico della nostra fede, che viene ricordato nella notte pasquale con diversi segni e parole. Il fuoco, il cero e la luce sono simbolo del Cristo glorioso, che disperde le tenebre e freddo del cuore e dello spirito. Le letture inseriscono la Pasqua di Cristo nella storia della salvezza, dal passaggio dalla schiavitù d'Egitto alla libertà, al memoriale ebraico della cena pasquale, alla presenza del Cristo vivo nell'Eucaristia. L'antica alleanza, tra Dio e il suo popolo, trova compimento nella nuova alleanza, per mezzo di Cristo, tra Dio e l'umanità, senza distinzioni e confini. Il "terzo giorno" è il paletto che restringe il tempo della disperazione, del dubbio e dell'attesa, nel quale le donne pensano di visitare una tomba e rendere onore a un cadavere. Invece incontrano un angelo, messaggero della vittoria della fiducia sulla paura, della gioia sul dolore, della vita sulla morte. La liturgia battesimale di questa notte inserisce nella dinamica della risurrezione i catecumeni che diventano cristiani e "rinascono" a una vita nuova, eterna per la fede. Infine il segno del pane e del vino, nutrimento e bevanda per la vita quotidiana, nel quale ci uniamo spiritualmente con il Risorto e con la comunità dei credenti. Insieme facciamo festa a quell'uomo vivo dopo la morte che quasi duemila anni fa andò incontro alle donne dicendo: «Non temete. Annunciate ai miei fratelli che mi vedranno...». Loro in Galilea, noi - ci auguriamo - in Paradiso

O SIGNORE RISORTO

O Signore risorto,
donaci di fare l'esperienza delle donne il mattino di Pasqua.
Esse hanno visto il trionfo del vincitore,
ma non hanno sperimentato la sconfitta dell'avversario.
Solo tu ci puoi assicurare che la morte è stata vinta davvero.
Donaci la certezza che la morte non avrà più presa su di noi.
Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati.
Che le lacrime di tutte le vittime della violenza e del dolore
saranno prosciugate come la brina dal sole della primavera.
Strappaci dal volto, ti preghiamo o dolce Risorto,
il sudario della disperazione e arrotola per sempre,
in un angolo, le bende del nostro peccato.
Donaci un po' di pace.
Preservaci dall'egoismo.
Accresci le nostre riserve di coraggio.
Raddoppia le nostre provviste di amore.
Spogliaci, Signore, da ogni ombra di arroganza.
Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza.
Donaci un futuro pieno di grazia e di luce
e di incontenibile amore per la vita.
Aiutaci a spendere per te tutto quello che abbiamo e che siamo
per stabilire sulla terra la civiltà della verità e dell'amore
secondo il desiderio di Dio. Amen.

 (mons. Tonino Bello)

VANGELO VIVO







«Era un mago dell’arpa. Nelle pianure della Colombia non c’era festa senza di lui. Mesè Figueredo, con le sue dita danzanti, rallegrava l’aria e faceva agitare le gambe. Una notte, in un sentiero sperduto, lo assalirono dei banditi. Stava andando ad un Matrimonio, a dorso di un mulo, quando gli saltarono addosso e lo riempirono di botte. Il giorno dopo qualcuno lo trovò. Era per terra sulla strada, uno straccio sporco di sangue, più morto che vivo. E allora quel rottame disse con un filo di voce: “Si sono portati via i muli”. E aggiunse: “E si son portati via l’arpa”. Poi prese fiato e si mise a ridere: “Ma non si sono portati via la musica”» (E. Galeano).