Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
Che cosa significa essere cristiano?
Andare a Messa, battezzare i propri figli, fare la comunione a Pasqua, rispettare i comandamenti?
Nel Vangelo di oggi, Cristo svela la falsità della religiosità dei farisei servendosi dell’esempio dei sacerdoti dell’Antico Testamento: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo; ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”.
Viene da pensare ai genitori e agli educatori: non basta parlare o insegnare, bisogna dare il buon esempio. Quante volte un padre alcolizzato, una madre negligente o degli educatori poco adatti avviano i bambini alla menzogna?
Quello che dovrebbe essere il comportamento del vero cristiano appare nell’insegnamento di san Paolo ai Tessalonicesi. Chiamato da Cristo sulla via di Damasco, san Paolo scoprì, per un’improvvisa folgorazione, tutto il mistero di Cristo e capì che l’essere cristiano consiste nello spirito di apostolato. Egli stesso, pieno dello Spirito di Cristo risorto, lo trasmise agli altri.
Essere cristiani vuol dire questo: non tanto rispettare ciecamente delle formule o dei precetti, ma donare Cristo agli altri, mediante una vita cristiana onesta, perché, grazie all’apostolato della preghiera, della sofferenza e delle opere, il cristiano possa divenire una forza vivente del Vangelo di Cristo.
Questo è l’insegnamento di Gesù ed è così che deve vivere chi vuole essere cristiano.
Il
Vangelo che oggi viene presentato alle comunità cristiane spinge all'esame di
coscienza tutti coloro che hanno degli incarichi o si riconoscono in esse.
La nostra
vita interiore, familiare, professionale, sociale è allineata con le richieste,
i valori e gli atteggiamenti di Gesù? Siamo coerenti, nelle azioni concrete,
con le parole di fede che professiamo nell'Eucaristia? Ci comportiamo bene
perché ne siamo convinti o per essere accettati e ammirati dalla gente? Andiamo
alla ricerca dei primi posti, dei complimenti, dell'onore o ci basta la carezza
dello sguardo benevolo di Dio? Ci sentiamo insegnanti e maestri, o riteniamo di
aver sempre bisogno di imparare a seguire Gesù? Nei consigli che dispensiamo e
nei giudizi che siamo chiamati a esprimere, ci accorgiamo della realtà che gli
altri stanno vivendo, o ci limitiamo a ragionare per principi e slogan,
caricando sulle loro spalle fardelli pesanti che noi non muoviamo neanche con
un dito? E infine, ci sentiamo superiori a chi si è ritrovato in un'altra o in
nessuna fede?
Gesù non smette di ricordarci che «chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Tutto ciò che abbiamo e che siamo non è sempre merito nostro. È il frutto di occasioni e possibilità che la vita - e quindi il buon Dio - ci ha offerto. Certo, noi siamo stati capaci di prenderle, di sfruttarle, di svilupparle. Questo però non deve essere un vanto ma una responsabilità: i «grandi» sono quelli che le mettono a servizio di tutti. Sia così anche per noi.
(Madeleine Delbrêl)
VANGELO VIVO
«Mi hanno invitato, nella capitale di uno dei paesi più ricchi del mondo, ad animare una giornata sulla povertà e l’emarginazione alla quale erano convenuti coloro che si autodefiniscono potenti. Salone elegante di un albergo di lusso. Camerieri in alta uniforme, vivande sontuose e raffinate, porcellane che brillavano alla luce combinata di lampadari e candele. Abbondanza dovunque. Quando mi hanno chiesto di recitare la preghiera ho creduto che stesse per mancarmi il cuore. “Amici - ho detto - non reciterò la preghiera. Vi rendete conto di quanto grottesca e indecente sia la situazione che viviamo? Non ritenete che, come chiusura del vostro incontro, la cena avrebbe dovuto consistere in una minestra e due sardine? Non chiedetemi di sentirmi a mio agio. Se partecipassi lietamente a questo banchetto non potrei guardare in faccia coloro che incontrerò domani, i malati in fin di vita all’ospedale, i giovani in prigione. Li tradirei. Il vostro invito mi costringe a dirvi la verità: non basta pregare. Più di metà degli uomini manca dell’essenziale. Voi vi chiamate cristiani, allora dovete sapere che la fede porta a correre dei rischi. Lo Spirito ci spinge a essere credenti credibili.
Lo siamo?”»
(Abbé Pierre).
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
Che cosa significa essere cristiano?
Andare a Messa, battezzare i propri figli, fare la comunione a Pasqua, rispettare i comandamenti?
Nel Vangelo di oggi, Cristo svela la falsità della religiosità dei farisei servendosi dell’esempio dei sacerdoti dell’Antico Testamento: “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo; ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”.
Viene da pensare ai genitori e agli educatori: non basta parlare o insegnare, bisogna dare il buon esempio. Quante volte un padre alcolizzato, una madre negligente o degli educatori poco adatti avviano i bambini alla menzogna?
Quello che dovrebbe essere il comportamento del vero cristiano appare nell’insegnamento di san Paolo ai Tessalonicesi. Chiamato da Cristo sulla via di Damasco, san Paolo scoprì, per un’improvvisa folgorazione, tutto il mistero di Cristo e capì che l’essere cristiano consiste nello spirito di apostolato. Egli stesso, pieno dello Spirito di Cristo risorto, lo trasmise agli altri.
Essere cristiani vuol dire questo: non tanto rispettare ciecamente delle formule o dei precetti, ma donare Cristo agli altri, mediante una vita cristiana onesta, perché, grazie all’apostolato della preghiera, della sofferenza e delle opere, il cristiano possa divenire una forza vivente del Vangelo di Cristo.
Questo è l’insegnamento di Gesù ed è così che deve vivere chi vuole essere cristiano.
Coerenza e umiltà
Gesù non smette di ricordarci che «chi si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Tutto ciò che abbiamo e che siamo non è sempre merito nostro. È il frutto di occasioni e possibilità che la vita - e quindi il buon Dio - ci ha offerto. Certo, noi siamo stati capaci di prenderle, di sfruttarle, di svilupparle. Questo però non deve essere un vanto ma una responsabilità: i «grandi» sono quelli che le mettono a servizio di tutti. Sia così anche per noi.
IL FILO DEL VESTITO
Nella mia comunità, Signore,
aiutami ad amare,
ad essere come il filo di un vestito.
Esso tiene insieme i vari pezzi
e nessuno lo vede se non il sarto
che ce l'ha messo.
Tu Signore mio sarto,
sarto della comunità,
rendimi capace di essere nel mondo
servendo con umiltà,
perché se il filo si vede tutto
è riuscito male.
Rendimi amore in questa tua Chiesa,
perché è l'amore che tiene insieme i vari pezzi.
(Madeleine Delbrêl)
VANGELO VIVO
«Mi hanno invitato, nella capitale di uno dei paesi più ricchi del mondo, ad animare una giornata sulla povertà e l’emarginazione alla quale erano convenuti coloro che si autodefiniscono potenti. Salone elegante di un albergo di lusso. Camerieri in alta uniforme, vivande sontuose e raffinate, porcellane che brillavano alla luce combinata di lampadari e candele. Abbondanza dovunque. Quando mi hanno chiesto di recitare la preghiera ho creduto che stesse per mancarmi il cuore. “Amici - ho detto - non reciterò la preghiera. Vi rendete conto di quanto grottesca e indecente sia la situazione che viviamo? Non ritenete che, come chiusura del vostro incontro, la cena avrebbe dovuto consistere in una minestra e due sardine? Non chiedetemi di sentirmi a mio agio. Se partecipassi lietamente a questo banchetto non potrei guardare in faccia coloro che incontrerò domani, i malati in fin di vita all’ospedale, i giovani in prigione. Li tradirei. Il vostro invito mi costringe a dirvi la verità: non basta pregare. Più di metà degli uomini manca dell’essenziale. Voi vi chiamate cristiani, allora dovete sapere che la fede porta a correre dei rischi. Lo Spirito ci spinge a essere credenti credibili.
Lo siamo?”»
(Abbé Pierre).