Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Gesù è il dono del Padre.
Chi è veramente Gesù?
Niente come l’antitesi tra il Buon Pastore e il mercenario ce lo fa capire.
In cosa si differenziano radicalmente le due figure?
Non certo per il ruolo che, all’apparenza, sembra il medesimo. Li oppone e li divide la natura intima del rapporto con le pecore: la non appartenenza per il mercenario e l’appartenenza per il pastore. Se le pecore non ti appartengono te ne vai quando arriva il lupo e le lasci alla sua mercé.
Se sei un mercenario non t’importa delle pecore e non ti importa perché non le conosci. Non le conosci “per esperienza”, non le conosci per amore: esse non sono tue.
E da che cosa si vede se sono tue? Che dai la vita per loro. Gesù dà la vita per noi. È lui che ce la dà, tiene a precisare, nessuno gliela toglie. Lui, solo lui, ha il potere di offrire la sua vita e di riprenderla di nuovo. In questo sta la sua autorevolezza, nel potere dell’impotenza, a cui Dio nella morte si è volontariamente esposto.
Gli uomini possono seguire Gesù solo in forza di questa sua autorevolezza. Per essa ne conoscono la voce, subiscono il fascino della sua Presenza, si dispongono alla sequela. Solo nel vivere questa appartenenza il cristiano diventa a sua volta autorevole, cioè capace di incontrare l’altro, di amarlo e di dar la sua vita per lui. L’appartenenza fa essere eco fragile e tenace della sua Presenza e suscita la nostalgia di poterlo incontrare.
LA MIA ANIMA HA FRETTA (di Màrio Raul de Morais Andrade )
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute. Il mio tempo è troppo breve: voglio l'essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.
Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità . Così si difende la dignità umana e si va verso della verità e onestà.
E' l'essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi da persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell'anima.
Sì, sono di fretta, ho fretta di vivere con l'intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora. Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.
Domenica 22/04/18 ore 13.30 e ore 20.35
Vocazioni, frammenti di Bellezza
"Nati in Trentino", una ricerca per il territorio
"Trattato Berakhòt", la presentazione del Talmud
Corridoi umanitari, speranza per i profughi
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Gesù è il dono del Padre.
Chi è veramente Gesù?
Niente come l’antitesi tra il Buon Pastore e il mercenario ce lo fa capire.
In cosa si differenziano radicalmente le due figure?
Non certo per il ruolo che, all’apparenza, sembra il medesimo. Li oppone e li divide la natura intima del rapporto con le pecore: la non appartenenza per il mercenario e l’appartenenza per il pastore. Se le pecore non ti appartengono te ne vai quando arriva il lupo e le lasci alla sua mercé.
Se sei un mercenario non t’importa delle pecore e non ti importa perché non le conosci. Non le conosci “per esperienza”, non le conosci per amore: esse non sono tue.
E da che cosa si vede se sono tue? Che dai la vita per loro. Gesù dà la vita per noi. È lui che ce la dà, tiene a precisare, nessuno gliela toglie. Lui, solo lui, ha il potere di offrire la sua vita e di riprenderla di nuovo. In questo sta la sua autorevolezza, nel potere dell’impotenza, a cui Dio nella morte si è volontariamente esposto.
Gli uomini possono seguire Gesù solo in forza di questa sua autorevolezza. Per essa ne conoscono la voce, subiscono il fascino della sua Presenza, si dispongono alla sequela. Solo nel vivere questa appartenenza il cristiano diventa a sua volta autorevole, cioè capace di incontrare l’altro, di amarlo e di dar la sua vita per lui. L’appartenenza fa essere eco fragile e tenace della sua Presenza e suscita la nostalgia di poterlo incontrare.
Il buon pastore
L’immagine del pastore, che la liturgia ripropone tutti gli anni nel
tempo di Pasqua, ci fa forse pensare a qualcosa di antico, misurato, naturale.
Invece nell’antico Oriente era piuttosto frequente e associata ai capi del
popolo. Era ovvio che non tutti i pastori tenessero al bene delle proprie
pecore, intesi come propri sudditi. In particolare, a partire dall’esilio il
titolo di pastore era riservato al Messia che si sarebbe messo alla testa del
suo popolo per riscattarlo dai cattivi pastori che l’avevano guidato in
precedenza. Il modello era Dio stesso, cantato nel salmo 23.
Gesù si identifica con quel pastore atteso, aggettivandolo con una
parola ebraica che può significare “buono”, ma anche “bello” e “utile”. Per
spiegarsi meglio ci dice di conoscere ogni pecora, di tenerci così tanto a
ciascuna da essere disposto a dare la vita per lei. È preoccupato anche per le
pecore che non sono nel suo recinto e che sente ugualmente affidate a sé.
Sapranno riconoscere la sua voce affezionata e si uniranno al gregge.
Fuor di metafora, tutti siamo coinvolti da questo desiderio di Gesù di
condurci alla vita piena. Sentiamoci amati, cercati, protetti, curati e salvati
da Gesù. E impariamo da lui la stessa qualità e intensità dell’amore: essere
attenti all’altro, fargli sentire la propria vicinanza, proteggerlo dal male,
attenderlo quando è rimasto indietro… fino a offrire la propria vita per lui.
FAMMI ESSERE BUON PASTORE
Donami, Signore, la saggezza del buon pastore.
Quello che conosce ogni pecora,
che comprende i suoi movimenti,
che previene i pericoli per la sua salute.
Quello che trova i gesti e le parole
per guidarla ai pascoli migliori,
per condurla al sicuro nell’ovile.
Donami, Signore, la pazienza del buon pastore.
Quello che non conta le ore del proprio lavoro,
quello che le segue da lontano,
lasciandole libere di vagare,
di trovare la loro strada,
ma aspettando con trepidazione il loro ritorno.
Donami, Signore, l’affetto del buon pastore.
Quello che si affeziona a ciascuna,
le difende con la sua vita dal pericolo del lupo,
corre a cercare la pecorella smarrita
e fa festa quando riesce a recuperarla.
Fammi essere buon pastore incontrando le persone
come membro di una comunità,
come educatore, come padre... fratello... figlio
Donami, Signore, la saggezza del buon pastore.
Quello che conosce ogni pecora,
che comprende i suoi movimenti,
che previene i pericoli per la sua salute.
Quello che trova i gesti e le parole
per guidarla ai pascoli migliori,
per condurla al sicuro nell’ovile.
Donami, Signore, la pazienza del buon pastore.
Quello che non conta le ore del proprio lavoro,
quello che le segue da lontano,
lasciandole libere di vagare,
di trovare la loro strada,
ma aspettando con trepidazione il loro ritorno.
Donami, Signore, l’affetto del buon pastore.
Quello che si affeziona a ciascuna,
le difende con la sua vita dal pericolo del lupo,
corre a cercare la pecorella smarrita
e fa festa quando riesce a recuperarla.
Fammi essere buon pastore incontrando le persone
come membro di una comunità,
come educatore, come padre... fratello... figlio
LA MIA ANIMA HA FRETTA (di Màrio Raul de Morais Andrade )
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute. Il mio tempo è troppo breve: voglio l'essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.
Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità . Così si difende la dignità umana e si va verso della verità e onestà.
E' l'essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi da persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell'anima.
Sì, sono di fretta, ho fretta di vivere con l'intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora. Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.
Su
Telepace Trento (canale 601)
Sabato 21/04/18 ore 13.30 e ore 20.35Domenica 22/04/18 ore 13.30 e ore 20.35
Vocazioni, frammenti di Bellezza
"Nati in Trentino", una ricerca per il territorio
"Trattato Berakhòt", la presentazione del Talmud
Corridoi umanitari, speranza per i profughi