lunedì 23 aprile 2018

QUINTA DOMENICA DI PASQUA B

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».


Nei discorsi di addio del Vangelo secondo san Giovanni (capitoli 13-17) l’evangelista prende spunto dalle parole di Gesù per riflettere, con il carisma che gli è proprio, sulla vita dei credenti dal tempo dell’Ascensione al ritorno del Signore. Egli si riconosce talmente legato al Signore attraverso lo Spirito di Dio che parla ai suoi ascoltatori e ai suoi lettori usando l’“io” di Cristo. Per mezzo della sua voce, il Signore rivela a coloro che credono in lui qual è la loro situazione, ordinando loro di agire in modo giusto.
È durante la festa liturgica delle domeniche che vanno da Pasqua alla Pentecoste che la Chiesa propone alla lettura questi discorsi, per mostrare ai credenti cos’è infine importante per la loro vita. Attraverso un paragone, il Signore ci rivela oggi che tutti quelli che gli sono legati mediante la fede vivono in vera simbiosi. Come i tralci della vite, che sono generati e nutriti dalla vite stessa, noi cristiani siamo legati in modo vitale a Gesù Cristo nella comunità della Chiesa. Vi sono molte condizioni perché la forza vitale e la grazia di Cristo possano portare i loro frutti nella nostra vita: ogni tralcio deve essere liberato dai germogli superflui, deve essere sano e reagire in simbiosi fertile con la vite.
Per mezzo del battesimo, Cristo ci ha accolti nella sua comunità. E noi siamo stati liberati dai nostri peccati dalla parola sacramentale di Cristo. La grazia di Cristo non può agire in noi che nella misura in cui noi la lasciamo agire. La Provvidenza divina veglierà su di noi e si prenderà cura di noi se saremo pronti. Ma noi non daremo molti frutti se non restando attaccati alla vite per tutta la vita. Cioè: se viviamo coscienziosamente la nostra vita come membri della Chiesa di Cristo. Poiché, agli occhi di Dio, ha valore duraturo solo ciò che è compiuto in seno alla comunità, con Gesù Cristo e nel suo Spirito: “Senza di me non potete far nulla”. Chi l’ha riconosciuto, può pregare Dio di aiutarlo affinché la sua vita sia veramente fertile nella fede e nell’amore.


Come la vite e i tralci 

La Parola di Dio questa domenica ci regala una delle immagini più belle e azzeccate usate da Gesù. Esprime una relazione intima e personale tra Gesù e i suoi discepoli. È un legame vitale: senza la vite che conduce linfa ai singoli tralci, questi seccano. A volte è necessaria la potatura per rinvigorire e fortificare: levare i pezzi inutili, cioè vizi e peccati, è un’operazione a volte spiacevole, ma servirà a far produrre frutti migliori.
Rimanere in Cristo significa nutrirci di Lui, della sua Parola e del pane eucaristico, nella preghiera e nell’ascolto della voce della coscienza. Significa sostare nel suo abbraccio, godendo della sua presenza amorevole. Significa essere fedeli, perseverare, aggrapparsi a Lui, quali che siano le situazioni, le difficoltà, le prove che si stanno vivendo. Significa rimanere nella Chiesa, la comunità dei credenti, realizzando la missione che ci ha affidato, cioè il servizio a Dio e agli uomini.
Dimostriamo di essere tralci buoni quando «non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità», come scrive S. Giovanni; quando operiamo per la giustizia e l’equità nei confronti di ogni fratello, per costruire un mondo in cui, come recita il Salmo, «i poveri mangeranno e saranno saziati»; quando la fiducia in Dio sconfiggerà ogni paura, perché «Dio è più grande del nostro cuore».


AFFETTI SPIRITUALI

O quanto è dolce il conversar con Dio,
parlar di Dio, sol soddisfare Dio,
ricordarsi, volere e intender Dio,
conoscer Dio, innamorarsi in Dio.
Lo star, l'andar e il ritornar con Dio
il cercare e il trovare in Dio, Dio.
Donando tutto se medesimo a Dio,
lasciar, per Dio, li gusti anco di Dio.
Il pensar, il parlare, l'oprar per Dio,
sol sperar Dio, sol dilettarsi in Dio.
Star sempre affisso con la mente in Dio.
Il tutto esercitar con Dio in Dio.
E il dedicarsi e il consacrarsi a Dio,
e a Dio sol piacer, patir per Dio,
del suo contento sol godere in Dio,
sol voler Dio e star sempre con Dio.
Gioir nei gusti e nelle pene in Dio,
il veder Dio, toccare, gustar Dio
e vivere e morire e stare in Dio.
E, pur rapito e trasportato in Dio,
con Dio e in Dio l'offrire Dio a Dio.
Con sempiterna gloria e onor di Dio.
Oh Dio, che gaudio e che dolcezza è Dio!
Oh Dio! Oh Dio! Oh Dio! Oh Dio! Oh Dio!

                                                                   (beato Antonio Rosmini)   

VANGELO VIVO
Padre Georg Sporschill è un gesuita austriaco, sempre in prima linea con i giovani problematici, senza tetto, drogati o ex carcerati. Con il crollo del regime in Romania, Bucarest si riempie di bambini e ragazzi fuoriusciti dagli orfanotrofi di stato. Padre Georg viene inviato lì nel 1991, per sei mesi che diventeranno oltre vent'anni. Crea un centro di accoglienza e un'associazione che tuttora si occupa degli ultimi. «Amo la Bibbia sopra ogni cosa e per il mio lavoro è l'unico libro di cui ho realmente bisogno: nessun assistente sociale è migliore di Gesù. Quando incontri qualcuno che ha bisogno di te, lo hai già trovato. Sono i poveri a mantenerti unito a Lui». 



Saper ascoltare

Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio comincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo.

E’ per amore che Dio non solo ci dà la sua Parola, ma ci porge pure il suo orecchio. Altrettanto è l’opera di Dio se siamo capaci di ascoltare il fratello.
I cristiani credono spesso di dover sempre “offrire”, “dare” qualcosa all’altro, quando si trovano con lui; e lo ritengono come loro unico compito. Dimenticano che ascoltare può essere un servizio ben più grande che parlare.
Molte persone cercano un orecchio che sia pronto ad ascoltarli, ma non lo trovano tra i cristiani perchè questi parlano pure là dove dovrebbero ascoltare. Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare .
Qui ha inizio la morte della vita spirituale, e alla fine non restano altro che le chiacchiere spirituali.
Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza, parlerà senza toccare veramente l’altro e infine non se ne accorgerà nemmeno più.

Chi crede che il suo tempo è troppo prezioso per essere perso ad ascoltare il prossimo, non avrà mai veramente tempo per Dio e per il fratello, ma sempre e solo per se stesso, per le proprie parole e per i propri progetti.



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Sabato 28/04/18 ore 13.30 e ore 20.35
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Cercatori di Dio, la fede al tempo d'oggi
Terzolas in ricordo di Emanuele Stablum
"Nati in Trentino", una ricerca sulle persone
"A mio agio nell'infinito"